Mario Uras

Contadino cerca donna con trattore. Si prega di includere foto del trattore. Wiet van Broeckhoven

Come tutelare efficacemente in Europa le nostre DOP

27 luglio 2015 admin 0 Comments

Per favorire e stimolare la più ampia discussione pubblico un contributo di Giovanni Galistu e Gian Luigi Borghero.

In questi ultimi giorni i “rumors mediatici” relativi all’usurpazione della denominazione “Pecorino Sardo” da parte di una società statunitense, rea di aver ottenuto la registrazione del marchio DiNicola, accendono il dibattito politico estivo destando non poche preoccupazioni tra gli addetti ai lavori della filiera ovino-casearia sarda.

Un agguerrito concorrente statunitense parrebbe aver usurpato la produzione e commercializzazione del prodotto di eccellenza del comparto ovino-caseario sardo.

A ben vedere, tuttavia, dietro questa prima ricostruzione fattuale si cela una vicenda che è profondamente differente la quale, peraltro, interessa la denominazione di origine protetta Pecorino Romano e non già il Pecorino Sardo.

La vicenda risale al 2012 allorquando il Consorzio di Tutela del Pecorino Romano DOP, che svolge l’incarico della tutela legale dell’anzidetta denominazione di origine protetta, apprende della richiesta di estensione della protezione territoriale, in Italia e Unione Europea, di una registrazione statunitense avente a oggetto il marchio denominativo DiNicola.

Tale marchio, cointestato ai Signori Mugnolo, rivendica una protezione merceologica per alcuni “peculiari” prodotti lattiero caseari che, secondo il sistema di classificazione internazionale dei marchi definito dall’Accordo di Nizza, ricadrebbero nella classe 29. In particolare, dalla lettura della specificazione dei prodotti rivendicati da tale marchio emerge la richiesta di protezione per “cheese, namely, mozzarella, parmesan, romano, gorgonzola, asiago(formaggio, vale a dire, mozzarella, parmesan, romano, gorgonzola e asiago).

Il tema giuridico sotteso a questa vicenda si evidenzia immediatamente nella sua consistenza al Consorzio, il quale ben comprende, contrariamente a quanto oggi echeggia tra i media, che non si tratta di un caso di indebita appropriazione dell’indicazione geografica in propria cura bensì di un escamotage finalizzato ad utilizzare il sistema di classificazione definito dall’Accordo di Nizza per rendere, in prospettiva, “generiche” le indicazioni geografiche appena sopra richiamate.

Per maggior chiarezza: l’eventuale commercializzazione dei prodotti con indicazione geografica (Pecorino Romano, Gorgonzola, Asiago) recanti il marchio DiNicola non creerebbe alcuna violazione nei limiti in cui tale segno distintivo sia apposto su formaggi di qualità, prodotti in conformità ai disciplinari di produzione stabiliti per le pertinenti indicazioni geografiche, quindi nelle aree di produzione specifiche (per il Pecorino Romano DOP la regione Sardegna, la regione Lazio e la provincia di Grosseto nella Regione Toscana), immessi al consumo nel rispetto delle regole di presentazione e commercializzazione dei prodotti alimentari con indicazione geografica.

Il tema è assai diverso e per comprenderlo compiutamente occorre fare un passo indietro evidenziando in prima battuta che il sistema di protezione delle indicazioni geografiche oggi vigente nell’Unione Europea è da tempo avversato da un nutrito gruppo di Paesi, capeggiati dagli Stati Uniti d’America, i quali ritengono che l’introduzione di un sistema armonizzato di protezione delle indicazioni geografiche, così come concepito dall’Unione Europea, rappresenterebbe per i Paesi aderanti all’Organizzazione Mondiale del Commercio un ingiustificato costo supplementare a carico delle Autorità nazionali incaricate delle operazioni di controllo della qualità dei prodotti, nonché un costo per consumatori e produttori senza, a loro dire, un effettivo vantaggio per la collettività.

Niente di più falso dal momento che il sistema europeo di protezione delle indicazioni geografiche nasce nell’alveo della politica di sviluppo rurale per favorire e preservare le realtà produttive che esprimono tradizioni radicate in territori che conferiscono ai prodotti qualità e caratteristiche sulle quali si fonda la loro reputazione, con conseguente riconoscimento di un diritto di esclusiva in funzione pro-concorrenziale sui pertinenti toponimi (es. ROMANO).

È invero il mero interesse speculativo delle aziende statunitensi che vogliono appropriasi di quella consistente fetta di mercato faticosamente conquistata dai produttori italiani di formaggi di qualità a rappresentare la ragione di questa posizione.

Non a caso, la potente lobby statunitense del Consortium for Common Food Names, che persegue, a suo dire, lo scopo di riconoscere il diritto al libero utilizzo delle indicazioni geografiche come generiche denominazioni di vendita, è da tempo fattivamente impegnata nel dare seguito a un piano politico che ha il dichiarato scopo di scardinare il sistema di protezione delle indicazioni geografiche nostrane, riuscendo a coinvolgere 50 senatori USA che hanno firmato una specifica petizione ai segretari di stato dell’agricoltura e commercio estero.

Si badi, un tema di estrema attualità che si staglia nel contesto delle trattative in corso tra Unione Europea e Stati Uniti d’America per la definizione del Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) in relazione al quale entrambe le parti saranno tenute a trovare una soluzione di compromesso tra le diverse posizioni appena sopra espresse ( il delegato alle trattative per l’UE, Garcia Bercero, ha affermato testualmente sul tema IPR – diritti di proprietà intellettuale: “nel complesso le parti sono vicine, su alcuni temi specifici (vd Indicazioni Geografiche) non si è ancora iniziato a trattare, ma sembra difficile arrivare ad un accordo).

In questi Paesi, quindi, tutti i Consorzi di Tutela Italiani per proteggere le loro indicazioni geografiche nel corso del tempo hanno dovuto ricorrere al sistema di protezione dei marchi d’impresa, e segnatamente alla richiesta di protezione come marchi collettivi o di certificazione delle indicazioni geografiche in propria cura.

Nella prospettiva dei principi generali sottesi alla protezione di un marchio d’impresa un segno per poter essere eleggibile alla registrazione come marchio deve possedere, tra l’altro, la capacità distintiva, ovvero deve essere idoneo a distinguere i prodotti contrassegnati come provenienti da una data impresa rispetto a quelli delle imprese concorrenti presenti nel mercato; per assolvere questa funzione di indicazione dell’origine imprenditoriale è dunque necessario che il segno non coincida con il nome comune di un prodotto oppure richiami immediatamente ed esclusivamente alla mente del consumatore la natura, destinazione del prodotto contrassegnato dal marchio (il latte è, per esempio, una denominazione di vendita e non può pertanto considerarsi un segno distintivo nell’ipotesi di un suo impiego per contraddistinguere del latte).

Va da sé, quindi, che se le indicazioni geografiche sopra elencate, subissero a causa di una imperdonabile mancata attenzione e sensibilità delle Istituzioni Europee, un processo di trasformazione semantica per effetto del quale il segno non identifica più un toponimo bensì il nome comune di un formaggio le conseguenze sarebbero disastrose posto che tale termine non sarebbe più monopolizzabile come marchio d’impresa e le eventuali registrazioni in essere potrebbero esporsi a delle serie e pregiudizievoli obiezioni e contestazioni.

È chiaro che se si usa la dicitura, propria del marchio DiNicola, “formaggio, vale a dire, asiago” si sta perseguendo il chiaro intento di innescare il processo di mutamento semantico appena sopra evidenziato; in questa prospettiva asiago sarebbe il nome comune di un formaggio e non già un toponimo noto per la produzione di un formaggio di qualità.

Un processo, ahinoi, certificato dagli Uffici Marchi interessati dalla richiesta di registrazione i quali, senza alcun rilievo, hanno passivamente ammesso a protezione un marchio con tale specificazione la quale, oggi, rappresenta un pericolosissimo precedente.

D’altra parte, al di là dei tecnicismi, il più modesto Esaminatore interessato dalla richiesta di registrazione del marchio DiNicola avrebbe quantomeno dovuto eccepire la non conformità delle specifiche dei prodotti proposte, posto che in base ai criteri di classificazione correntemente in uso, i prodotti andrebbero definiti e raggruppati sulla base della loro natura e destinazione e non già, come accaduto in questo caso, in base all’origine geografica.

Le conseguenze di queste scellerate azioni si apprezzano soprattutto al di là dei confini europei, laddove i Consorzi sono maggiormente impegnati a fronteggiare i casi di contraffazione delle indicazioni geografiche in propria cura.

Basti pensare che il progressivo indebolimento della capacità distintiva delle indicazioni geografiche nostrane comporterebbe l’impossibilità di contestare con successo l’indebito utilizzo o registrazione dei relativi toponimi da parte di concorrenti statunitensi i quali ben potrebbero eccepire che si tratta della generica denominazione di vendita di un formaggio risultando nella libera disponibilità di tutti.

Ben si comprende, dunque, la gravità dell’omissione degli Uffici Marchi investiti da questa richiesta di registrazione e, soprattutto, delle mancate risposte istituzionali immediatamente richieste dal Consorzio di Tutela del Pecorino Romano, prontamente attivatosi per evidenziare il problema.

Il Pecorino Romano DOP rappresenta nel mondo una parte importante del sistema economico agricolo della Sardegna, è attraverso la promozione e il consumo di questo prodotto all’estero che la Sardegna, può diventare un’esperienza di vita per ciascun consumatore straniero, se accompagnato dall’informazione sul territorio dove si produce.

Quindi il segno distintivo ROMANO nella fattispecie, quale bene comune, è il mezzo tramite il quale i consumatori, tutti, possono ripetere una positiva scelta di acquisto, proprio quell’esperienza di vita che può indurre il consumatore ad avere un contatto diretto con il territorio di produzione, consentendo a tutti i comparti economici della Sardegna di crescere e di svilupparsi.

È proprio come una rappresentazione teatrale nella quale, dietro il successo dei singoli attori, si cela il lavoro di una squadra che, faticosamente, persegue un obiettivo comune.

Questa vicenda deve quindi trasformarsi in una occasione di riflessione per tutti, ognuno nel contesto dei propri ruoli operativi e istituzionali, affinché si comprenda l’importanza di tutelare in modo compiuto tutto il patrimonio enogastronomico di qualità, trasformando le relative filiere in un innovativo mercato esperienziale capace di far crescere tutta l’economia.

A nostro avviso vi devono essere diversi piani di intervento, partendo dalla consapevolezza che per poter affrontare questi temi è necessaria, da un lato la specializzazione e, dall’altro, la disponibilità di risorse economiche che consentano a tutti i Consorzi di Tutela, in primis il Consorzio del Pecorino Romano DOP, di dar seguito a delle mirate ed efficaci strategie di tutela giuridica delle denominazioni in propria cura in tutto il mondo.

Imprescindibile è, in ogni caso, il ruolo di tutti i rappresentanti politici della Sardegna, nessuno escluso, affinché in prima battuta sia concertata una pressione sulle Istituzioni e Uffici Marchi interessati da questa vicenda affinché sia posto immediato rimedio.

Una buona occasione potrebbe essere rappresentata dal coagularsi di tutti i rappresentanti delle forze politiche della Sardegna, anche a sostegno di alcune recenti iniziative parlamentari.

Un patrimonio inestimabile che merita rispetto, cura e tante attenzioni e che non può essere danneggiato dalle Istituzioni Nazionali e Comunitarie che, al contrario, dovrebbero avere il compito di preservarlo. È facile parlare di italian sounding e attribuire le colpe agli altri quando non si è in grado di svolgere i compiti in casa propria.

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